Lasciamo i caraibi con un pò di rimpianto ...
di Alessandro Sporeni
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Domani sera partiremo da Grenada alla volta del Venezuela, poi le ABC (Aruba, Bonaire, Curacao), Cartagena e infine Panama. Si dice che con il canale di Panama lasci i
Caraibi. Per quello che sentiamo noi, Manuela ed io, domani sera lasceremo i Caraibi.
Geograficamente saremo ancora ai Caraibi per un po' di tempo.
Culturamente, linguisticamente, musicalmente e lasciatemi dire dal punto di vista del colore della pelle, non saremo, non ci sentiremo piu' ai Caraibi.
In Venezuela, e non hanno molto di cui vantarsi, parlano degli “altri” Caraibi, quelli di pelle nera che ballano la “wine dance”, con una certa sufficienza e con un po' di superiorita'.
Ho trascorso ai Caraibi diversi mesi della mia vita in due viaggi in barca a vela tra il 2000 e il 2009. Con Manuela abbiamo visitato quasi tutti gli ancoraggi tra Portorico e Trinidad.
Siamo scesi a terra, abbiamo viaggiato con i minibus, quasi gli unici bianchi, siamo usciti la sera e la notte, siamo andati ai concerti, abbiamo conosciuto persone, parlato con le persone.
E' stata una scelta, delle barche che hanno fatto l'ARC con noi, ad esempio Danilo e Monica del Falabrach, hanno del tutto saltato i Caraibi. Noi siamo ancora a Grenada, loro sono gia' in Australia.
Lasciatemi dire che questa collana di isole concatenate tra loro tra la Florida e l'America meridionale, ha un che di magico e di sorprendente.
Per prima cosa e' il regno del dio Eolo, il vento non manca mai durante tutto l'anno e assicura costantemente ogni giorno belle veleggiate, e gia' questo non e' poco. Il vento, a differenza del mediterraneo, non cambia mai direzione e non rinforza mai oltremisura. Gli ancoraggi sono sempre buoni tenitori e sicuri, e complice il rum serale, assicurano sempre delle grosse dormite.
I passaggi tra le isole sono spesso ruvidi, ma durano poco e fanno sentire “lupo di mare” anche chi di mare ne capisce poco.
La natura rigogliosa invita a camminate nella foresta pluviale, tra valli, cascate e sui vulcani, gran parte dei quali sono considerati attivi.
E la gente, le persone.
Di rientro dai Caraibi nel mio primo viaggio nel 2001 alle Azzorre un ragazzo italiano che aveva fatto la traversata in solitario (tanto di cappello), mi raccontava che non gli erano piaciuti. Troppa omolagazione con l'America, si vestono, parlano, chiedono soldi, orrore conoscono il denaro! Mentre mi raccontava queste cose, tra me e me pensavo: “E magari vorrebbero una casetta per la propria famiglia dove allevare i figli, con la lavatrice, la televisione, un telefono e tutte quelle piccole comodita a cui noi siamo abituati da tempo.
E magari per finire, vorrebbero avere una automobile! Orrore!
Strano modo di pensare di certe persone, viaggiano su barche che costano centinaia di migliaia di Euro, hanno di cui vivere senza troppe preoccupazioni, ma vorrebbero incontrare persone e visitare luoghi “incontaminati”.
Non dico che vorrebbero barattare perline di vetro con aragoste e pesci pregiati, ma la mentalita' e' quella.
I Caraibi hanno una grandissima e inestimabile ricchezza e sono le persone.
Questi volti sereni e sorridenti mi rimarranno impressi nella memoria.
Dal vecchio venditore di bandiere di cortesia di Grenada che di barche ne sa piu' di tanti esperti nostrani, alla donna che ha lavorato a Londra negli alberghi per 20 anni rifacendo letti ed e' tornata a casa per potere far studiare i figli.
Persone sempre sorridenti, di buon umore, curiose e disponibili, pronte al dialogo, tolleranti anche nei confronti dei turisti piu' maleducati.
Nonostante gli uragani e le avversita'.
Nonostante le condizioni di vita siano qui spesso distanti dai nostri standard.
Forse anche un po' interessate, e che male c'e'?
Ai Caraibi ci si sente sempre sicuri, di giorno e di notte. Certo non mancano gli episodi di delinquenza. Certe baie a St. Vincent sono particolarmente famose per i “comitati d'accoglienza” e anche sulle altre isole accadono episodi di delinquenza. Ma sono sporadici e non sono la norma. Solo a Trinidad una certa escalation di delitti fanno muovere i turisti con una certa prudenza. Eppure anche qui, noi siamo andati in giro di giorno e di notte senza problemi.
A S. Kitts rientrando a piedi dopo un concerto alle 3 di notte non avendo trovato un taxi nelle strade buie e deserte, siamo stati affiancati da una macchina della polizia che dopo avere chiesto stupiti chi fossimo e dove andassimo, ci caricava e ci accompagnava fino alla barca. Ci si sente protetti e accuditi.
Certo negli ultimi dieci anni non posso fare a meno di riscontrare dei cambiamenti. I marina per mega yacht stanno proliferando, il numero delle barche, nonostante la crisi, e' decisamente aumentato.
I Caraibi si avviano a diventare una sorta di baraccone, di luogo dei divertimenti per ricchi americani ed europei in pensione. Un clima mite tutto l'anno, una natura rigogliosa, una popolazione gentile in un contesto di legalita' e sicurezza diffusa. Cosa chiedere di piu'?
Ma come fare un torto a queste persone se noi occidentali siamo per primi gli artefici dei cambiamenti in atto.
Noi turisti generiamo nuovi comportamenti e bisogni nei locali.
Il mondo corre e tanta acqua e' passata sotto i ponti da quando sono stati effettuati i viaggi in barca a vela famosi e che fanno parte dell'immaginario collettivo degli appassionati, parlo dei Moitissier, dei Malingri.
E la musica. La musica permea il trascorrere del tempo, le vite, le persone,i luoghi. La chiamano reggae, soca, calypso. E' onnipresente. Nei bus, al mercato, mentre compri il pane, mentre fai il bagno, mentre bevi un rum punch. Fortissima come ai concerti o in lontananza mentre sei in baia all'ancora. La musica e' il collante, la cultura, il minimo comune denominatore di questi luoghi. E' l'orgoglio di un popolo.
Trinidad il giorno della sfilata del carnevale mercoledi' mattina. Arrivano da tutte le localita' dell'isola, convergono a migliaia e ordinati prendono il loro posto nella sfilata. Per tre giorni e' festa totale, ci si dimentica le preoccupazioni e la vita di tutti i giorni. Giovani, vecchi, di ogni estrazione, tutti in festa sfilano per le vie della citta' a ritmo di musica, a ritmo di soca. Sotto il sole o sotto la pioggia.
Dopo Bob Marley che ha a suo tempo definito a livello mondiale gli standard del reggae, e' difficile inventare qualche cosa di nuovo. Quella che i nativi chiamano musica reggae e' spesso una dura musica ritmica di basso livello qualitativo o una musica piu' melodica che spesso scopiazza ritmi famosi in occidente. Eppure negli anni del villaggio globale e delle multinazionali, negli anni della cultura omologata, ai caraibi e' tutto un proliferare di musicisti e artisti a noi del tutto sconosciuti. Di generi e ritmi che non sfondano e che non varcano i confini locali. Sonorita' esclusive di questi luoghi. E scusatemi se questa non e' cultura!
In questi anni c'e' soprattutto una scuola Giamaicana che cerca di trovare una propria identita' e autonomia compositiva. Nomi come Tarrus Riley, Morgan Heritage, Duane Stephenson, qui sono famosi. Tutti li conoscono e li canticchiano. Sicuramente ne dimentico moltissimi e gli chiedo scusa.
Arriveranno anche da noi? Buona fortuna!
Domani sera, dopo avere chiuso il bimini, caricato il canotto in coperta, preparato la barca e salpato l'ancora, isseremo ancora una volta le vele.
Quasi 90 miglia ci separano da Testigos, degli isolotti venezuelani.
Con un po' di rimpianto.
Grazie Caraibi!
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