| Da Puertorico al Venezuela ... |
Portorico – Venezuela maggio 2008 di Franco Baccara |
Altura Una volta mi piaceva andar di bolina, era per me come vivere il mare nella sua pienezza, tenergli testa, domarlo e non sfuggirgli. Sono trascorsi molti anni da allora, diverse migliaia di miglia di navigazione e adesso 400 miglia di bolina, mettono a dura prova anche me, costretto come tutti a tenersi duro, sballottato dalle onde, a fare i conti .si, lo ammetto, con il mal di mare, la stanchezza, il salto dei pasti e tutti quei disagi che chi ha navigato per lunghi tratti di bolina con mare formato ben conosce. Abbiamo lasciato la Marina Puerto del Rey domenica 4 maggio e navighiamo da tre giorni e tre notti. Bolina, vento da 18 a 25 nodi, mare formato e come se non bastasse una impertinente corrente contraria di oltre un nodo e mezzo. Sono le quattro del mattino ed inizia il mio turno di tre ore; mancano 72 miglia a Blanquilla. Dobbiamo assolutamente arrivare col chiaro se vogliamo evitare di trascorrere una notte a temporeggiare in altomare, visto che è impensabile di arrischiare un ancoraggio al buio. Passano le ore. Giochiamo tutte le nostre carte: massima cura nella regolazione delle vele, nel controllo della rotta e poi, visto che il mare ha giocato sporco con la corrente contraria giochiamo sporco anche noi con qualche ora di motore che ci garantisce quel prezioso nodo in più. Blanquilla Il nostro impegno viene premiato e alle 17.00 di mercoledì siamo ancorati in una baietta ben ridossata in compagnia di due barche di pescatori. Calypsomusic è finalmente ferma immobile; un bagnetto nelle acque cristalline che ci circondano, relax e poi una lauta cena a base di pasta alla carbonara insalata mista e macedonia, innaffiata da vino cileno e rum Bacardi, accompagnata da musica regge fino a notte tarda. L'isola è abitata solo da una piccola guarnigione di guardacoste, e da gruppi di pescatori provenienti principalmente dall'isola Margarita che trascorrono qui brevi periodi; in tutto non superano le 40 persone. Non abbiamo incontrato altri dipartisti sulla costa ovest dove ci siamo ancorati. Due grandi palme solitarie si stagliano nel cielo di fronte al nostro ancoraggio. Passeggiamo lungo la spiaggia di sabbia bianca, pulitissima. Le rocce che ogni tanto affiorano dalla sabbia sono piene di fossili anche di grandi dimensioni. Restiamo incantati dai colori del tramonto, dell'acqua cristallina, dalla candida sabbia. I guardacoste vengono a controllare i nostri documenti. Sono molto cordiali e disponibili, ci è consentito sostare alcuni giorni sull'isola anche se ancora non abbiamo formalizzato l'ingresso in Venezuela: ci fermeremo tre giorni. Sorseggiano una birra fresca insieme in pozzetto. Ci raccontano dell'isola, della fauna costituita da iguana, asini e gatti selvatici, dell'assenza di animali pericolosi (i più pericolosi sembrano essere gli asini), della presenza di squali che però non hanno mai attaccato l'uomo, dell'assenza di rischi criminalità e pirateria che in altre zone del Venezuela hanno creato anche recentemente qualche problema a dipartisti. La mattinata dedicata allo snorkeling ci riserva delle bellissime sorprese: acque cristalline, ricchissime di pesci coloratissimi, in un ambiente movimentato di rocce, coralli, gorgonie. Alessandro pazientemente cattura immagini dei pesci più belli che poi andranno ad arricchire l'archivio fotografico di pesci tropicali pazientemente catalogati ed archiviati nel PC della barca. Proviamo a perlustrare l'entroterra dell'isola. Dopo un primo tentativo di addentrarci all'interno rinunciamo. Quelli che sembrano sentieri sono in realtà vaghi camminamenti aperti dagli asini selvatici in mezzo ad una vegetazione ostile; dobbiamo guardarci dai minacciosi cactus ad altezza di gamba, mimetizzati tra innocui cespugli, con lunghi aculei pronti a conficcarsi nei polpacci e sulle dita dei piedi che i sandali non riescono a proteggere; la puntura degli aculei è dolorosa, si conficcano a fondo e si ancorano bene complicando le operazioni di estrazione. Ma sono le zanzare, piccole ed impertinenti che ci inducono a ritornare verso la spiaggia dove il vento è più sostenuto e non ci infastidiscono. Ci incamminiamo allora per alcuni chilometri seguendo la costa, un po' per spiagge, un po' per scogli, un po' lungo improbabili sentieri appena all'interno. Ci sono grossi pappagalli variopinti ed incontriamo anche i famigerati asini selvatici, che mostrano un'indole tutt'altro che mansueta: quando tento di avvicinarmi troppo per fotografarli mi stoppano subito con soffiate e suoni di avvertimento inequivocabili e ben diversi dal raglio che tutti conosciamo. Avviciniamo una delle barche dei pescatori, che ci accolgono cordialmente. Non hanno l'aragosta che sognavamo, ma ci propongono un bel tonno; non vogliono soldi, ci chiedono se abbiamo sigarette. Entusiasti per questa esperienza di ritorno al baratto, anziché metterci a negoziare aggiungiamo anche una bottiglia di rum ai quattro pacchetti di Marlboro e ci prendiamo il tonno. Dopo tre giorni di soggiorno a Blanquilla alle 05:30 con le prime luci dell'aurora salpiamo l'ancora: rotta su Tortuga, poco più di 60 miglia. Questa volta il vento è al traverso e seppure con mare formato la navigazione è piacevole, niente a che vedere con le sofferenze della precedente bolina. Tortuga Nel tardo pomeriggio buttiamo l'ancora davanti a Playa Caldera una spiaggia di sabbia bianchissima lunga un paio di chilometri. Qui c'è un po' più di affollamento e una dozzina di barche a vela ci fanno compagnia. Scendiamo a terra. Poco è cambiato da quando ci ero stato 8 anni fa con Rigel IV. C'è una posada che prima non c'era e offre a un massimo di 16 clienti un posto letto in una struttura che da fuori ricorda le baracche dei pescatori, ma dentro è accogliente, curata e pulita. C'è quella che chiamano aviosuperficie, che altro non è che un nastro di strada sterrata che comunque abbiamo visto utilizzare da un piccolo aereo in decollo. Percorro tutta la lunga spiaggia e mi spingo ancora avanti lungo la costa dove il mare frange sugli scogli di corallo. Cerco il relitto di una barca a vela sulle rocce sottovento alla baia di ancoraggio che 8 anni fa mi incuteva una certa inquietudine, e mi aveva fatto controllare a più riprese che l'ancora avesse preso bene. Non c'è più; il sole, il vento il mare l'hanno fatta sparire. Resta solo qualche pannello di vetroresina scolorito disperso nell'entroterra in un raggio di alcune centinaia di metri. Il giorno successivo ci spostiamo a Cajo Herradura, un isolotto satellite di Tortuga, molto ben ridossato e abitato da qualche decina di pescatori; questa volta ci propongono l'aragosta, ma qui bisogna aggiungere anche dei dollari perché Marlboro e rum non sono sufficienti . d'altronde siamo anche più vicini alla costa, questi ridossi sono assai più frequentati e in fin dei conti stiamo parlando di un'aragosta da chilo che comunque paghiamo a un prezzo ridicolo. Qui l'acqua è particolarmente turchina e trasparente; percorro l'solotto in lungo ed in largo, faccio una lunga nuotata, passo il pomeriggio oziando.
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