| Note dal Venezuela ... |
Puerto La Cruz – Venezuela settembre 2008 di Alessandro Sporeni |
Ci avviciniamo all’uscita del marina, il taxista sta leggendo un quotidiano all’ombra sotto un albero. Ci guarda e si avvicina prontamente. Partiamo con la difficile missione di recuperare qualche pezzo per la barca. Tra un negozio di nautica e uno di viti cerchiamo di iniziare un dialogo. Noi non parliamo lo spagnolo, lui non parla l’italiano. Si chiama Ricardo, l’eta’ compresa tra i 25 e i 30 anni. E’ un ragazzo pronto, ha voglia di comunicare come tutti qui. Arriviamo al primo negozio, scende anche lui e ci accompagna. E’ uno dei piu’ grossi negozi di nautica vicino al marina dove ci troviamo. Sono gia’ stato qui a cercare un tubo di silicone e ne erano sprovvisti. Stavolta siamo piu’ fortunati e ripartiamo con qualche cosa in mano. Ricardo parla di materiali con cognizione di causa, ci racconta che in questo negozio ha lavorato per diversi anni. Gli chiedo perche’ se ne e’ andato. Mi risponde che la paga era troppo bassa. Gli chiedo quanto guadagnava. Mi risponde con una cifra in bolivares, faccio il calcolo: sono meno di duecento euro. E’ vero che molti beni di prima necessita’ come la frutta e la verdura costano meno che da noi, ma tutti i beni di importazione sono cari. Andiamo una volta la settimana al “mercado popolar”. La frutta e la verdura costa circa un euro al chilo, le sardelle meno di un euro al chilo, ma le auto e le case costano come da noi. Ricardo ci racconta con soddisfazione che ora non ha capi e che guadagna di piu’. Ci racconta che con meno di duecento euro anche in Venezuela non si possa vivere. Impossibile mettere su famiglia e comprare o affittare una casa. Infatti lui vive ancora con i suoi. Mi servono delle viti e Ricardo ci accompagna nel piu’ grosso negozio della zona. Non trovo quello che cerco, ma in compenso i prezzi sono piu’ cari che in Europa. Mi spiega: “ E’ tutta roba di importazione, arriva dall’america, la qualita’ e’ buona ma si paga”. Strano paese il Venezuela, ricco di materie prime, petrolio, metalli, mano d’opera, ma incapace di produrre delle viti. Do il via a Ricardo che appassionatamente ci racconta che il Venezuela e’un paese straordinariamente grande e ricco di materie prime, bellezze naturali, persone perbene e che dovrebbe essere il primo paese del Sudamerica. Mentre ci dice queste cose si infervora un po’ e si appassiona. Concordo, penso che l’Italia non ha tutto questo ben di Dio. Eppure sono anni che in Venezuela le cose vanno di male in peggio. Il turismo potrebbe essere una voce di incassi molto cospicua, ma il turismo ha bisogno di una certezza che in Venezuela oggi non esiste: la sicurezza. Il traffico rallenta, siamo in coda. Non e’ un incidente. Ricardo ci racconta che si tratta di una manifestazione di lavoratori. I lavoratori del settore petrolifero sono in sciopero perche’ non vengono pagati. Ma il prezzo del petrolio non e’ il piu’ caro degli ultimi decenni? Dove vanno a finire gli introiti? La strada che stiamo percorrendo e’ tappezzata di manifesti. C’e’ scritto: “Patria, socialismo…o morte!” Con la foto del Presidente Chavez. Mi viene da sorridere. Penso alle nostre campagne elettorali. Ai nostri politici. Il messaggio apparentemente cambia, non la sostanza. Demagogia, penso che in tutto il mondo la classe politica non e’ all’altezza della societa’ civile. Ricardo parte deciso e ci fa capire che non e’ un sostenitore di Chavez. Gli dico che e’ al secondo mandato e gli chiedo dove avra’ preso i voti. Mi risponde che sicuramente e’ l’ultimo e che molti sono scontenti e che i voti li ha presi piu’ nelle campagne che nelle citta’. I beni di importazione, cioe’ tutti quelli che servono sulle barche, sono introvabili. Mi dice che sono sottoposti a una tassazione esagerata e che rimangono fermi per mesi alla dogana. Abbastanza per scoraggiare qualsiasi importatore. Ma non e’ solo questo a rendere difficili le transazioni. Esistono infatti due cambi paralleli, l’ufficiale che e’ assolutamente svantaggioso per noi, e il “nero”, che e’ vietato , ma che ha una sua quotazione su internet. I dollari e gli euro sono molto bene accetti anche e soprattutto con bonifici su conti esteri. La nazione si impoverisce e anche questo mi ricorda qualche cosa. Non si puo’ pagare percio’ con la carta di credito, meno male che siamo arrivati qui con un po’ di contante. Nel Marina siamo andati da un tappezziere per un piccolo lavoro, non aveva ne’ la gommapiuma ne’ il tessuto per fare il lavoro, mi domando come faccia a tenere aperto. La voce che mi e’ arrivata dall’Italia che l’amante di Chavez sia Naomi Campbell non trova qui riscontro. Ricardo ci ha scorrazzato in taxi per un ora e mezzo e ci ha risolto un po’ di problemi, ci chiede 50 bolivares, il corrispettivo di circa 10 euro. Una societa’ divisa in due, gli intoccabili e i paria, chi e’ dentro e chi e’ fuori. Le armi non mancano e chi vuole usarle trova le sue motivazioni. Quasi tutte le auto hanno i vetri oscurati e probabilmente le piu’ grosse li hanno anche blindati. Eppure Paseo Colon, il lungomare di Porto la Cruz, e’ pieno di famiglie e di ragazzi e ragazze che la sera prendono il fresco e che cercano di divertirsi, pieno di vita e di venditori ambulanti, i ristoranti di avventori. La polizia esercita una discreta presenza e percorre il “paseo” a gruppi numerosi. Il venerdi’ sera le strade sono piene di auto, di persone che si vogliono divertire nei locali. Le persone per bene ovviamente non mancano in Venezuela, sono certamente la maggioranza. Ma appena fuori dal marina c’e’ “Saigon” , un “barrio” tra i piu’ tristemente famosi per la droga e le armi. Il cancello che chiude il marina rappresenta una separazione inderogabile. Al di qua’ del cancello anche i cani e i gatti sono sani e pasciuti, al di la affamati e pieni di rogna. Una cagnolina al di la del cancello ha appena partorito.Ce ne prendiamo cura, le portiamo da mangiare ogni sera, ma cosa sara’ dei suoi otto cuccioli quando noi non ci saremo piu’? Preferisco non pensarci, la natura ha le sue inderogabili e spietate leggi. Volevo fare un paio di lavoretti in teak sulla barca ma il cantiere dove ho fatto carena non mi dava affidabilita’. Ho conosciuto Chris, un inglese che vive e lavora da un po’ di anni qui. Dice che e’ maestro d’ascia. Gli credo e comunque e’ una vita che lavora con le barche. Mi fa il nome di un locale del quale mi garantisce personalmente essere serio e capace. Hector, questo e’ il suo nome, viene a trovarmi per fare il preventivo. Discutiamo del lavoro e del piu’ e del meno’. Hector non beve, non fuma e non balla e chissa’ quante altre cose non fa perche’ e’ credente. Gli do’ il progettino dei pezzi da realizzare e un congruo anticipo per comprare i materiali. Dopo circa due settimane Hector ritorna per il montaggio dei pezzi che ha realizzato. Si presentano abbastanza bene e gli do una mano per il montaggio. E’ soprattutto mio interesse, lui non ha le idee molto chiare sul da farsi. Alla fine della giornata arriva il momento del saldo. Come pattuito gli do la cifra in contanti. Hector infila il gruzzolo nelle mutande. Gli chiedo: “Hai paura dei ladri?” Mi risponde: “Se mi ferma la polizia mi perquisisce e mi deruba!” Ci siamo appena alzati in volo da l’Habana. Il territorio sotto di noi si presenta leggermente ondulato. Gli appezzamenti di terreno visti dall’alto sono coltivati, piccoli e irregolari, sono divisi da filari di alberi, ricordano stranamente il nostro Friuli. Solo una certa mancanza di case e paesi e una assoluta mancanza di traffico sulle strade rende evidente la differenza. Siamo arrivati a l’Habana una settimana fa. Il taxi che abbiamo preso alle 11.00 di notte per andare alla capitale di Cuba, apparentemente un SUV moderno, ci soffoca. Probabilmente e’ tutto marcio e i fumi di scarico entrano nell’abitacolo. Il guidatore ha una brutta tosse. Lo credo! La prima notte, vista l’ora, abbiamo un albergo prenotato sul Malecon, il lungomare dell’Habana. Il giorno seguente ci avviamo a piedi verso il centro alla ricerca di una “casa particular”. Il nome non deve trarre in inganno, cosi’ si chiamano le case dove i privati affittano delle camere. La prima impressione dell’Habana, confermata in seguito, e’ di un inquinamento intollerabile. Brucia la gola, manca l’aria. Il traffico e’ modesto, rapportato ai nostri standard, ma l’eterogeneo parco macchine che comprende le note auto americane degli anni 50’, gli autobus originali russi, le piu’ “recenti” Lada e Moskvich, le moto Jawa 350 con motore a due tempi, creano un cocktail di fumi e idrocarburi insopportabile. Diciamo che qui i motori sono distanti dalle normative Euro 4. Troviamo subito con l’aiuto di un locale quello che ci interessa, una camera doppia vicino al centro a un prezzo ragionevole, 25 CUC, che sono meno di 20 Euro a notte. L’ingresso dell’edificio non e’ entusiasmante, ma l’interno dell’appartamento e’ tenuto molto bene ed e’ accogliente. La cosa piu’ interessante per noi e’ la posizione, siamo a un passo dal centro dell’Habana vecchia. Ci riceve una signora molto a modo e gentile. Ci fermiamo le prime due notti a cena qui. Conosciamo Miguel, uno dei due figli della padrona di casa. Miguel capisce l’Italiano molto piu’ di quello che noi parliamo lo spagnolo. E’ inevitabile parlare di Cuba. “E’ la prima volta che venite?” “Vi piace?” E’ un dialogo difficile da ambo le parti. Non posso offendere il padrone di casa. E’ un laureato e lavora per una grande impresa cubana. Comincio a prenderla alla larga. Gli dico che anche in Venezuela che e’ socialista e che ha il petrolio (oggi a 120 dollari il barile) non mi sembra che la popolazione stia molto bene. Veniamo a sapere che Cuba dei pilastri intoccabili: la sanita’, gli anziani, l’istruzione per giovani e i diritti dei lavoratori. Non lo sapevamo! L’Habana e’ probabilmente uno dei piu’ grandi centri storici di fine ‘800 al mondo. Dal punto di vista urbanistico e architettonico e’ allo stremo. I pochi palazzi restaurati e in decente stato di manutenzione si perdono in un mare di edifici cadenti o gia’ caduti. Il paragone con Beirut bombardata non e’ azzardato. Gli odori sono ampiamente da citta’ tropicale. Gli ingressi delle case si perdono in lugubri e neri anfratti, le strade parzialmente ricoperte da strani liquami, l’asporto delle immondizie approssimativo. Al museo de La Rivolucion, le foto del centro citta’ degli anni ’50 fanno solo parzialmente capire quello che doveva essere lo splendore della citta’ un tempo quando Cuba era Spagnola ed era il massimo produttore mondiale di zucchero. Una sera entriamo in un palazzo sul Prado, la principale passeggiata della citta’, dovrebbe esserci un ristorante. La sala da pranzo e’ straordinaria, intarsiata di gessi e affreschi, sembra di essere a Vienna. Vado in bagno a lavarmi le mani, sembra di essere in Congo. Semplicemente il gabinetto non esiste come noi lo conosciamo. Durante il giorno andiamo in giro a vedere le cose interessanti del centro citta’. Il Capitolio e’ la copia non proprio in scala ridotta della Casa Bianca di Washington e spiega a spanne molte cose. Grandissime ricchezze e potere concentrati nelle mani di pochi. L’Habana e’ stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanita’, speriamo che prevalga il buon senso, che arrivino in tempi rapidi capitali per la ristrutturazione, tra dieci o venti anni sara’ troppo tardi. L’Habana come tutte le capitali non rappresentano probabilmente il resto del paese. La periferia per quel poco che abbiamo visto sembra versare in condizioni migliori. Me lo auguro.
La seconda sera Miguel si smolla un po’, veniamo a sapere che la paga “unificata” e’ di circa 20 dollari. OK viene fuori il rospo, senza fare critiche al regime ci dice che non e’ possibile che chi ha studiato e si e’ impegnato guadagni come chi non lo ha fatto e non lo fa. Gli secca molto che un fattorino d’albergo guadagna, grazie alle mance, sicuramente molto piu’ di lui. Viene fuori anche una certa visione “elitaria” della vita. Lui infatti non si mescola con “quelli”. Sapere dove si balla la salsa e’ una domanda difficile. Li c’e’ brutta gente, li le ragazze ti importunano, sembra che nessun posto sia buono. Ma noi siamo venuti per questo e non ci scoraggiamo, facciamo di testa nostra a caso. La casa della Musica in centro non e’ male, e’ soprattutto facilmente raggiungibile a piedi dalla nostra sistemazione, ma frequentata soprattutto da turisti. Il Cafe’ Cantante al Teatro Nazional ci regala una serata piu’ autentica e movimentata. Domenica pomeriggio si paga un ingresso ridotto e andiamo al bar Trastevere. Entriamo, i muri del locale sono neri, ai tavoli ci sono solo neri, il bianco degli occhi osserva il nostro ingresso curioso e indagatore e forse un po’ diffidente. Il locale non e’ ancora pieno ma in poco tempo si riempie. Una coppia di uomini ci chiede gentilmente se puo’ sedersi al nostro tavolo. Certo che si. Non ci capiamo subito, sono indecisi. Si siedono, ci salutiamo. Sono gentilissimi. Il locale e’ ormai gremito e noi siamo gli unici bianchi. Inizia la salsa, ci gettiamo nella mischia. Il nostro modo di ballare e’ certamente piu’ spigoloso nei movimenti dei locali, ma piu’ dinamico e movimentato. Vediamo gli occhi degli altri avventori che ci guardano increduli. Piroetta dopo piroetta quando torniamo a sedere i locali ci comunicano a gesti la loro stima e ammirazione. Siamo dei “loro”. I nostri compagni di tavolo ci offrono da bere e ridiamo insieme. Stiamo solo ballando la salsa eppure abbiamo rotto il “muro”. Continua lo spettacolo, ci sono dei comici e un prestigiatore che sceglie come assistenti i due piu’ “mona” in grado di fare ridere il pubblico nero. Ovviamente siamo io e la Manu, stiamo al gioco, mi fa’ bere dell’acqua e mi mette in bocca un ciuccio. Speriamo bene! L’Habana e’ anche famosa per le infezioni intestinali. Ci siamo proprio divertiti!
La sera diciamo a Miguel dove siamo stati, storce la bocca incredulo. Per lui e’ un posto pericoloso e comunque da evitare, frequentato da brutta gente. E’ difficile fargli capire che il nostro non e’ snobismo intellettuale ma autentica passione per la musica e le persone, per i luoghi autentici . E che in Italia siamo generalmente, salvo poche eccezioni, piu’ interclassisti. Ebbene si, come viene confermato anche da altre persone, anche a Cuba esiste il razzismo, i bianchi e neri o i ragazzi del barrio accanto, i buoni e i poco raccomandabili o da evitare. Diro’ di piu’ per esperienza, non c’e’ peggior razzismo e chiusura che il razzismo tra i poveri! Cinquanta anni di rivoluzione non sono bastati per estirpare le paure ataviche degli uomini! E’ un dialogo difficile. Miguel pone l’accento sul muro che gli USA hanno costruito, all’ultima legge americana patrocinata da Bush che impedisce le visite annuali degli emigrati cubani nel paese d’origine per motivi familiari. Ovviamente non un autocritica al fatto che i Cubani non possono viaggiare liberamente all’estero. Un muro ripeto, costruito artificialmente e alimentato dall’ultimo e peggiore presidente che l’America abbia avuto negli ultimi anni. Questo muro fa’ comodo al regime cubano, compatta il popolo dietro giuste e orgogliose rivendicazioni. Ma il modello di cui parla Miguel sono gli USA, i gringo capitalisti con la loro droga e le loro armi. E’ di questi giorni la notizia che l’Alta Corte americana ha giudicato incostituzionale una legge dello stato di Washington che proibiva la detenzione delle armi per uso personale (sic!). Conosce poco, per sua ammissione, dell’Europa e del resto del mondo, della libera circolazione di persone e di mezzi all’interno dell’UE, alla sanita’, alle ultradecennali lotte sindacali, al sistema pensionistico, al tenore di vita in generale. Lasciamo perdere l’Italia, gli parlo dell’Europa del Nord, della Svezia. Ma qui arrivano amplificate dopo avere fatto il giro del mondo solo le notizie dell’incendio del campo nomadi a Roma e della nuova legge sull’immigrazione che, come riporta Newsweek, ricalca solo leggi di cui l’Europa in generale si e’ dotata. Che cosa rimane di questo viaggio? L’Habana e’ una citta’ viva e palpitante e una settimana e’ scivolata via veloce. La musica e’ parte integrante del paesaggio, ogni locale di giorno e di notte propone musica dal vivo e la qualita’ e’ sempre buona. Il numero di musicisti qui deve essere altissimo. Cuba e’ la patria della “salsa cubana” ma i ritmi sono contaminati a quelli afro, rap, reggaeton, jazz. Cuba e’ un grandissimo laboratorio musicale e dopo il successo internazionale dei Buena Vista Social Club, la musica cubana si e’ diffusa in tutto il mondo con vette di eccellenza. Chucho Valdes e gli Irakere, Los Van Van, Fania All Star sono solo dei nomi a caso. Musica da ascoltare, da ballare, che ti entra dentro, che muove il corpo e la mente. Habana centro prolifera di accattoni che hanno elaborato delle strategie molto sofisticate per ingannare i turisti. Non vi tolgo la curiosita’ nel caso anche voi vogliate venire qui per non togliervi il piacere della scoperta. Eppure girare per le strade e parlare senza prevenzione con le persone rappresenta il meglio dell’Habana. Abbiamo incontrato persone disponibili, curiose di sapere, gentili. Siamo andati in giro a piedi di giorno e di notte e mai abbiamo incontrato persone o situazioni pericolose. Ci siamo sentiti quasi “protetti” anche nel cuore della notte, unici turisti per strada, in mezzo a gruppi di giovani che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbero considerati “pericolosi”. Credo che l’Habana sia l’unica capitale al mondo dove si possa fare cio’. E questo non e’ poco. La curiosita’, il desiderio di comunicare, la simpatia, l’interesse personale sono strettamente collegati tra di loro, ed e’ difficile sapere dove finisce l’uno e inizia l’altro. Abbiamo mangiato la “pizza al taglio” con pochi decimi di euro pagando in “moneda national”(vale 25 volte di meno del peso convertibile) . Abbiamo cenato nei posti piu’ improbabili sempre piu’ che bene. Tra i piatti forti gamberi e aragosta a prezzi piu’ che ragionevoli. Ci sarebbe da parlare anche delle ragazze cubane, tra le piu’ belle dei Carabi al pari di quelle della Martinica. Ma questo e’ un argomento che non ho potuto approfondire, ero tenuto al guinzaglio……! Abbiamo dato il nostro piccolo contributo all’economia dell’isola, ma anche quando ci siamo girati dall’altra parte la risposta e’ sempre stata: “Amigo, hasta luego e buena suerte!”
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